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Paola, una donna
e gli altri animali

20 giugno 2017

di Ilaria Beretta

scimmia pagine vegan

Si ha un bel dire che frutta e verdura sono gli alimenti “vegan” per eccellenza! In questa stagione andare dal fruttivendolo è una gioia per gli occhi (subito) e per il palato (dopo), ma nessuno di noi può ignorare che Vegan vuol dire: cerco di vivere senza causare sfruttamento e morte di altri esseri viventi e senzienti. E allora come metterla con tutti casi di sfruttamento dei braccianti stranieri e italiani che popolano le nostre campagne, lavorano senza sosta in condizioni indescrivibili, senza potersi approvvigionare neppure di acqua e senza momenti di pausa e riposo? È sfruttamento puro, contemporaneo a noi, e genera morte, qualcuna viene alla luce grazie ai media o a denunce controcorrente, il resto è acquiescenza e accettazione.

Ad Andria, era il 13 luglio 2015 quando Paola Clemente, 49 anni, un marito e tre figli, moriva per un malore causato dalle insopportabili condizioni di lavoro: lei, come tante braccianti, veniva impiegata per l’”acinellatura”, l’eliminazione degli acini piccoli o brutti dai grappoli d’uva per renderli più appetibili, graditi e costosi. Questo lavoro si svolge dentro capannoni dove i gradi di temperatura salgono grazie al sole estivo del Sud e alla mancanza di aria corrente e al tasso di umidità esorbitante che sale per la presenza della frutta, e il rischio di un colpo di calore diventa tangibile realtà. Da un’intervista pubblicata da Repubblica.it sentiamo dal vedovo, Stefano Arcuri, la giornata di lavoro tipo di Paola: «Andava via di casa alle 2 di notte. Prendeva l’autobus alle 3. Ai campi, ad Andria, da San Giorgio Jonico, arrivava intorno alle 5.30. Noi a casa la rivedevamo non prima delle 3 del pomeriggio, in alcuni casi anche alle 6. Guadagnava 27 euro al giorno. Poco. Ma per noi quei soldi erano importanti, erano soldi sicuri, assolutamente indispensabili».

Secondo le stime dei sindacati pugliesi, sono a tutt’oggi oltre 40.000 le donne coinvolte in questi lavori di raccolta che possiamo indicare come fenomeni di “caporalato” o nuovo “schiavismo” anche se di mezzo – formalmente – sembra ci siano agenzie di lavoro interinale. E alle condizioni di lavoro fuori limite, ci dice ancora il Sindacato, si aggiunge la paga inadeguata: praticamente la metà di quanto previsto dai contratti di lavoro provinciale che stabiliscono un compenso di 52 euro al giorno. Come dire: morire per una miseria.

A Paola Clemente è stata intitolata a marzo di quest’anno 2017 la Sala Ministri del Ministero delle politiche agricole e forestali e pochi giorni fa, per ricordare il secondo anniversario dalla sua morte, si è tenuto ad Andria un dibattito sui temi della lotta e contrasto alle illegalità diffuse in agricoltura e sull’applicazione della Legge 199 del 2016, chiamata “anti-caporali”, inoltre ad agosto partirà un “Camper dei diritti” che percorrerà le campagne di quel territorio per sensibilizzare tutti. Iniziative per non dimenticare, ma possono realmente servire a fermare lo schiavismo?

Buona parte dello schiavismo di cui sono vittime uomini e donne è serpeggiante e illegale, mentre possiamo trovare a cielo aperto e perfettamente legale in agricoltura, lo sfruttamento delle scimmie per la raccolta delle noci di cocco. Incarcerate, addestrate con metodi di ogni genere e sempre alla catena, lavorano tutto il giorno e tutti i giorni, ecco che cosa dichiara un Centro di addestramento di scimmie, secondo la ricerca e la campagna di sensibilizzazione svolta da nonsoloanimali.it: «Efficiente manodopera per il lavoro dell’agricoltura industriale, sono forti, non hanno paura delle altezze, non si lamentano, non hanno bisogno di essere pagate, in più non hanno necessità di essere assicurate contro gli infortuni». I Paesi che più si servono di questi metodi sono la Thailandia, la Malesia, lo Sri Lanka e l’Indonesia.

Un prodotto vegan deve essere cruelty free non solo nella scelta delle materie prime ma anche nella loro raccolta e preparazione, e non tutti hanno la fortuna di avere un orto proprio o facile da raggiungere. Ci sono i Gruppi di Acquisto Solidale e ci sono anche le occasioni di andare in piccole realtà contadine e comperare direttamente lì. Quello che possiamo fare quando andiamo a comprare è controllare le cassette della frutta: c’è quasi sempre un’etichetta dove possiamo leggere il nome del produttore e il luogo di provenienza; possiamo allora vedere, ad esempio, che tipo di azienda è, se ha un sito, se è conosciuta, chiedere anche al nostro fruttivendolo di fiducia più spiegazioni… Voi direte: abbiamo già la fama di vegani rompiscatole con gli Animali e adesso “rompiamo” anche su frutta e verdura? La risposta è SÌ. La cifra distintiva di una persona che NON si gira dall’altra parte è quella di chiedere, indagare, magari con garbo ma con lo scopo di sapere; essere presenti a noi stessi e a chi viene sfruttato nel momento in cui avviene la transazione in denaro che non dovrebbe permetterci, ma spesso lo fa, di finanziare dei crimini contro la dignità e la vita, è il minimo indispensabile per cercare di cambiare questo mondo e i suoi meccanismi. Teniamo conto che chi mangia ancora carne o latticini di origine animale o uova lo fa nella maggior parte dei casi sapendo da dove provengono, ma non vuol vedere e non sopporta che questo gli venga detto o ricordato, lo capiamo dai moti di nervosismo e di stizza che spesso ci vengono sbattuti in faccia; così anche le nostre domande sulla provenienza di frutta e verdura possono generare fastidio ma forse anche stima e più consapevolezza da parte dei rivenditori e forse, a cascata, dei grossisti,degli autotrasportatori, delle aziende che devono scegliere il proprio rifornitore. E un piccolo frammento del diritto di tutti a vivere con dignità, e possiamo metterlo in pratica oggi stesso.

P.S. Il titolo di questo articolo è stato preso volutamente dal romanzo autobiografico Una donna e gli altri animali (Dalai Editore, ristampa 2004) di Brunella Gasperini, giornalista e scrittrice indimenticabile e indimenticata. Si è battuta tutta la vita per i diritti delle donne e ha amato i suoi animali, così pensiamo che possa gradire l’accostamento.

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