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Muto come un pesce, muto come il mare

23 ottobre 2017

Di Ilaria Beretta

pesci pagine vegan

Perché mangiare carne di pesce fa male a tutti: ai pesci, ai mari sempre più poveri e a noi che inghiottiamo dolore e veleni.

LA STORIA DELL’ASTICE GEDEONE

Mi trovavo in paesino nei pressi di Pavia, dove avevo appena finito di fare con un centinaio di ragazzi della scuola media del posto un laboratorio di fai da te per insegnare loro a restaurare,imbiancare e decorare le pareti delle loro aule. Avevamo cominciato presto, adesso le aule sembravano completamente diverse: i muri risanati e ravvivati dai colori favoriti dai ragazzi: giallo, viola, azzurro, verde; il tempo era passato velocemente, erano quasi le due del pomeriggio!
Un gruppo di genitori e insegnanti, sapendo che abitavo lontano, mi invitò al ristorante, ce n’era uno buono a pochi passi da lì. Di solito declino gli inviti nei ristoranti, quel giorno forse avevo abbassato la guardia, ma la sorte volle che proprio in quel ristorante mettessi a punto il salvataggio di un astice.
Se ne stava lì, da solo, in un acquario di acqua densa e scura, ma io riuscivo a vederlo lo stesso, nonostante l’entrata del ristorante fosse nella penombra. Non ricordo che cosa ho mangiato, ero tesa, impegnata anche a non far vedere il mio disagio alle persone gentili che erano insieme a me. Al momento di uscire, cercai il proprietario, non c’era e dissi al cameriere che volevo prendere quell’astice e gli spiegai il motivo: non voglio che quell’animale soffra ancora e ho la possibilità di portarlo al mare. Dalle facce del capo cameriere capivo che non mi capivano ma quando mi portarono la scatola di polistirolo con dentro il piccolo animale il capocameriere stesso mi sussurrò: “Anche a me dispiace vederli così, nel frigo ce ne sono tanti altri…”
Così sperimentai ancora una volta quello che credo sia un motto vegano per eccellenza: Fa’ quello che puoi, e subito! Perché se aspetti a fare quello che potresti non fai più niente.
L’astice arrivò nel mare di Arenzano un’ora e mezza dopo, gli avevo già liberato in auto le belle tenaglie dagli elastici, m’immersi nel mare di novembre ormai quasi al buio, ma conoscevo per esperienza quegli scogli che poggiano sulla sabbia vicino al porticciolo e sapevo che avrebbero potuto essere un buon habitat per lui.
Quando lo poggiai su uno scoglio a una profondità di circa 3 metri sperai veramente di vederlo correre via, ma una corrente lo spinse tra uno scoglio e l’altro, lo vidi scivolare dietro alle pietre. Attesi di riuscire a scorgerlo nel buio dell’anfratto, ma inutilmente, e tornai a riva: ero in acqua da più di mezz’ora, non si vedeva più nulla e il freddo mi ricordava ch’era novembre inoltrato.
Penso spesso a quell’astice, e quando lo faccio mi viene da chiamarlo Gedeone, ignorando se in realtà fosse maschio o femmina. Non so se Gedeone si sia salvato, ma so che sugli elastici che gli bloccavano le chele aveva un cartellino plastificato con scritto Maine, il paese da cui proveniva e il nome del suo allevamento. So che fece un lungo viaggio dall’oceano Atlantico all’acquariuccio di un ristorante della pianura padana, destinato a finire in pentola, e che infine ne fece uno più breve per concludere la sua vita, lunga o breve non saprò mai, nel mar Ligure: nel mare, come madre Natura avrebbe voluto.

A parte siti web e scritti specificatamente vegan e alcuni vegetariani, tutti quelli che si occupano di alimentazione consigliano di consumare pesce (carne di pesce) almeno due volte la settimana per la presenza di acidi grassi insaturi (omega-3), sali minerali e vitamine. Anzi, chi ha rinunciato a nutrirsi di carni rosse e insaccate, soprattutto dopo che queste sono state considerare cancerogene dallo IARC – Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’ OMS – Organizzazione mondiale della Sanità, mangia anche più spesso le carni di pesci, molluschi e crostacei.
È così giusto nutrirci di pesci?
Naturalmente, da questa pagine diciamo di NO! Perché sono esseri viventi, perché muoiono lentamente per soffocamento, perché la vita degli altri è sempre la loro vita, la sola che hanno, come noi, perché…
Ma guardiamo meglio la questione che si presenta dal punto di vista etico e dal punto di vista ambientale.

Il Fish Dependence Day è il giorno dell’anno in cui un Paese esaurisce tutto il pesce pescabile nei propri mari e deve iniziare a consumare pesce proveniente da alti paesi. IN pratica è l’indicatore, organizzato dalla NEF – New Economics Foundation, per dell’autosufficienza di un Paese in merito al consumo di pesce.
Quest’anno 2017 l’Italia è arrivata a esaurire le sue scorte di pescato il 31 marzo.
Secondo i dati del Wwf l’Italia è tra i Paesi europei con la più alta dipendenza da prodotti ittici provenienti da acque estere: l’anno scorso infatti il Fish Depencence Day è stato il 3 aprile, a livello europeo si è arrivati invece fino al 13 luglio. I Paesi considerati autonomi, cioè quelli che riescono a consumare durante tutto l’anno solo pesci pescati internamente sono Danimarca, Estonia e Irlanda. In Italia, sempre per il WWF, si consumano 25 chili pro capite di pesce e, secondo la fondazione, i danni che da questo consumo derivano sono dovuti al fatto che le persone scelgono solo 5-6 tipi di pesce.
Invece, per chi come me e molti di noi, va sott’acqua solo per guardare il magico mondo sottomarino, il problema è ancora un altro. In mare, tutti possono pescare e uccidere in tutti i periodi dell’anno: polpi piccoli presi solo per il gusto di uccidere e farsi belli con gli amici, grosse salpe pescate e uccise ma poi non consumate perché le loro carni non sono tanto buone, reti che pescano di tutto trascinando a riva anche pesci ornamentali e alghe preziose (sempre che abbia senso fare una distinzione tra chi merita di morire e chi no).

Il sovrasfruttamento dei mari: secondo la Commissione europea il 48% degli stock ittici in Atlantico sono sovrasfruttati, la cifra sale al 93% nel Mediterraneo e il fatto che si usi la parola STOCK a proposito di esseri viventi non dovrebbe avere bisogno di commento.
Così è più facile capire perché l’Unione Europea spinga sull’acquacoltura e perché l’Italia risponda con 800 impianti che producono 140 mila tonnellate l’anno di prodotti freschi, che contribuiscono a circa il 40% della produzione ittica nazionale e al 30% circa della domanda di prodotti ittici freschi. Secondo Unioncamere «l’Italia, copre, inoltre, i due terzi della produzione acquicola comunitaria per quanto riguarda i mitili e rappresenta il 45% della produzione di storioni e il 20% di trota iridea». E il 97% della produzione nazionale si basa su 5 specie: la trota (acque dolci), la spigola e l’orata (acque marine) e tra i molluschi, i mitili e le vongole veraci.

Pesca industriale, con le famigerate reti che trascinano via le bellezze dei fondali oltreché le vite di chi vi si imbatte: il cosiddetto BYCATCH ovvero tutte quelle specie che non sono obiettivo diretto della pesca come molluschi e crostacei non eduli oppure che sarebbero esemplari “da pescare” ma sono troppo piccoli, troppo giovani o malandati; e acquacoltura con i suoi lager fatti di acqua stagnate e fangosa dove non c’è spazio per vivere e dove si verificano spesso fenomeni di cannibalismo: entrambe servono a sostenere una richiesta della società umana all’Ecosistema e alla vita di milioni di vittime, una richiesta che non ha una ragione di essere.

Una notizia recente, data da quotidiano.net, riguarda l’estremo oriente russo: decine di orsi affamati e aggressivi si stanno riversando nelle zone abitate di quelle aree alla ricerca di cibo. 83 orsi sono già stati uccisi: «Non è mai accaduto prima – ha spiegato un membro della forestale locale – non c’è pesce a sufficienza, né bacche o noci». Mentre in Giappone, nessuna autorità internazionale riesce a fermare la mattanza di delfini e balene.
I pesci dovrebbero essere lasciati ai loro predatori naturali, perché la Natura ha un suo equilibrio praticamente perfetto che l’uomo con i suoi interventi pesanti può solo danneggiare irreversibilmente, sottraendo a tutti il piacere di viverci dentro o a pochi passi.

L’uomo potrebbe fare a meno di mangiare i pesci e, dovrebbe farlo, per tutelare la propria salute: mostriamo infatti due cose poco note al grande pubblico.
La prima è che i pesci portano con sé il peggio dell’inquinamento terrestre, e chi li mangia li ingerisce. Lo scorso 20 ottobre la Coldiretti ha presentato la black list dei cibi più pericolosi che finiscono sulle nostre tavole: in cima alla lista ci sono i 167 milioni di chili di pesce che nel 2016 sono stati importati dalla Spagna in Italia, per lo più tonno e pescespada le cui carni sono inquinate da un eccesso di metalli pesanti come mercurio e cadmio, e nel primo semestre del 2017 l’importazione di pesci inquinati dalla Spagna è aumentata del 5%!
Ma non dovremmo stupirci: ricordiamo che i fiumi si gettano nei mari e che nei fiumi finiscono – sempre grazie all’uomo – molte sostanze nocive e inquinati, a cominciare dai metalli pesanti residui degli scarichi delle lavorazioni industriali, ma ci sono anche gli scarichi fognarii e la plastica: è stato calcolato che almeno 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare ogni anno, tra le acque più inquinate ci sono quelle del Mediterraneo, con 731 tonnellate di rifiuti in plastica riversate quotidianamente in mare, secondo un rapporto dell’UNEP – Agenzia ambientale delle Nazioni Unite – del 2015.
Il secondo fatto poco noto è che l’allevamento intensivo dei pesci, come capita anche per quello dei mammiferi, crea infezioni contagiose nei pesci che vengono trattati con antibiotici e pesticidi; malattie come l’anemia contagiosa dei salmoni e l’attacco del pidocchio di mare a questi pesci è stato oggetto nei mesi scorsi di allarme. Per non considerare che, di nuovo come accade per il letame, anche le acque degli allevamenti di pesci saranno smaltite. È stato calcolato che un allevamento di 200000 salmoni produce feci come una città di 60000 abitanti.

Chi sta dalla parte dei pesci? È difficile sentirsi uniti a queste creature che vediamo quasi sempre di profilo e in fuga, loro non possono contare, come accade per altri animali, sull’espressione della faccia che parla in assenza di parole. Sono muti, il loro dolore non ci giunge se non nel sapere, con coscienza, che il soffocamento è una delle morti più terribili che esista. Ma se si pensa che i pesci non abbiano sentimenti, soprattutto paure, basterà ritrovare il racconto di Enzo Maiorca con la cernia che l’ha trasformato da cacciatore in vegetariano. Quando i tonni e il pesce spada vengono agganciati possono attendere fino a 10 ore prima di essere portati in superficie. Sono esausti cercando di sfuggire, ma molti sono ancora vivi quando finiscono sul ponte dove muoiono per soffocamento. Anche la pesca a strascico è altrettanto dolorosa: le reti vengono rapidamente portate in superficie e i pesci non hanno il tempo di adattarsi alla brusco cambio di pressione, accade che i loro occhi si gonfiano mentre gli organi interni si rovesciano fuori sporgendo attraverso la bocca e l’ano. Spettacoli terribili superati solo dal sentimento del dolore altrui.

Infine, chi mangia pesce perché “fa bene” può trovare gli stessi valori nutrizionali nei semi di lino, di camelina, di chia, di noce, di canapa: proteine, sali minerali e sostanze come Omega-3, Omega-6 pronti, biodisponibili, facili da inserire in qualsiasi dieta.
Lontano dallo sfruttamento di altri esseri viventi e della Terra, lontano anche dalla morte: questo sì che è “fare bene”!

 

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