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Insetti a tavola, il novel food che non piacerebbe a Franz Kafka

4 gennaio 2018
di Ilaria Beretta

Novel food 2018: un nuovo regolamento dell’Unione Europea permette di allevare e commercializzare insetti e le loro larve a scopo alimentare, per il momento il provvedimento riguarda 17 specie, tra i quali alcuni vermi, alcune varietà di formiche, millepiedi, grilli, cavallette e locuste. Nello specifico in Italia il Ministero della Salute temporeggia.

NOVEL FOOD, BUSINESS GOOD

Business is business, lo sappiamo. C’è già chi ha commissionato sondaggi, come Coldiretti, per scoprire che il 54% degli italiani non è favorevole a questi nuovi cibi e che solo il 16% li apprezza o è possibilista. E c’è anche chi ha già pubblicato un libro di ricette: le due autrici, intervistate da Donna Moderna, ci rassicurano: «Gli insetti sanno di castagna, pop corn e altri di arachidi».

Ma c’è anche chi non si fida o non è d’accordo. Da una parte sta chi brandisce la tradizione gastronomica nostrana, per escludere questa trovata dalle tavole italiane in quanto “nuova”; e dall’altra chi ne fa una questione di “disgustose impressioni” alla vista di vermi, larve, coleotteri, prevedendo così un futuro molto breve per questa novità alimentare. Intanto Amazon già propone la vendita di dolcetti, farine e altre “golosità” a base di vermi e insetti e c’è già più di un sito che cerca di anticipare la moda: business is business, appunto.

L’immissione sul mercato alimentare di questi esseri viventi a ben guardare non è esattamente una novità: molte larve di insetto e i lombrichi sono venduti nei negozi di pesca per essere infilzati ancora vivi su un amo e finire, se sono fortunati, in bocca a un pesce a sua volta non molto fortunato. Non si può neppure dire che non sia un cibo ad uso umano, come qualcuno avrà avuto occasione di constatare visitando a EXPO 2015 il Padiglione del Belgio, che se ne è fatto paladino insieme a Olanda e Gran Bretagna, o come si può ricordare scritto nel libro “Le vie dei canti” di Bruce Catwin che racconta dei termitai australiani fonte di cibo per gli Aborigeni australiani.

INSETTI IN CUCINA, LA MORTE DA’ SEMPRE LO STESSO SPETTACOLO

 

 

Nonostante tutto ciò, nutrirsi di insetti e larve, oggi e per noi, è sbagliato. E non per la tradizione che nega la curiosità in cucina che è invece giustissima, perché cibo è provare, sperimentare, è cultura, nutrimento per il corpo ma anche per la mente. E neppure perché “fa impressione”: perché dovrebbe colpirci di più una cavalletta stecchita e arrostita che la bistecca (pezzo di muscolo di una mucca) rosolata in padella o la fetta di prosciutto (pezzo di coscia di un maiale) nel panino? Eppure dovrebbero farci almeno la stessa “impressione” perché sono parti di corpi che hanno avuto una testa, un cervello, un cuore, e non solo in forma metaforica!

Mangiare una locusta impastellata e fritta o un grillo glassato al cioccolato, riconoscendone le zampe, la testa, gli occhi, essendo coscienti delle interiora nascoste dentro i corpicini ormai cotti, può far riflettere semmai su quanto la nostra alimentazione sia basata su una censura, a sua volta basata su una cultura, a sua volta basata su una tradizione, a sua volta basata su un bisogno.

Ed è qui che le nostre considerazioni hanno un sussulto: abbiamo costruito la nostra società sui nostri bisogni? Sì. Poi qualcuno li ha indagati dando loro un nome e giustificandoli e qualcun’altro ci ha costruito sopra imperi economici e ha avuto tutto l’interesse a farli cristallizzare.

Ma adesso, che tipo di giustificazione culturale possiamo dare al rimetterci a mangiare vermi come facevano probabilmente i nostri progenitori milioni di anni fa e come continuano a fare popolazioni che hanno un rapporto con la Natura e la tradizione molto diverso dal nostro?

INSETTI A TAVOLA, SOSTENIBILITA’ DEVE FARE RIMA CON CRUDELTA’?

Forse sono alimenti più sostenibili?

La FAO ha divulgato non molto tempo fa una notizia importante ed eticamente giusta: nutrendoci con tanta frutta, verdura, cereali e rare proteine di origine animale, avremmo l’occasione di trattare meglio noi stessi e la Terra, perché gli allevamenti non sono sostenibili e le proteine di origine animale fanno male. Oggi la stessa FAO si fa paladina, a sorpresa, del novel food a base di larve, insetti adulti e vermi, parlando proprio di sostenibilità e di ottimi valori nutrizionali.

È come se l’umanità, per una delle istituzioni che più la rappresentano a livello mondiale, dovesse praticare obbligatoriamente la ferocia per sostentarsi, e per contratto con chi sa qual dio del male non potesse far scendere la soglia della crudeltà praticata dall’uomo verso gli altri esseri viventi.

Meno allevamenti? Allora inventiamoci i lager per cavallette. Meno mattatoi? Allora c’è posto per la frittura mista di larva che, a differenza dell’aragosta, non urla quando viene gettata nell’olio bollente!

NOVEL FOOD, NON È UNA NOVITÁ CHE PIACEREBBE A KAFKA

Infine due considerazioni: novel food non è “novel” cioè nuovo, questo tipo di alimentazione è antichissimo ma certamente oggi vuole strizzare l’occhio ai giovani che, più pronti allo sperimentare, potranno essere i migliori sbandieratori di questa aberrazione. Novel food non è neppure “food” perché il vero cibo per l’uomo è di origine vegetale, l’unico che possa soddisfare i suoi bisogni fisici (crescita, sostentamento e salute) e spirituali (senso di giustizia verso gli innocenti e di armonia con l’intorno).

Nel 1915 Franz Kafka pubblicò il racconto “La Metamorfosi”. Un uomo, una mattina, si sveglia e si ritrova trasformato in uno scarafaggio, orrore per se stesso e per la sua famiglia, e tale è la sua pena e la sua vergogna che si lascerà morire di fame. L’autore inventò questa trama per rappresentare l’uomo-artista prigioniero delle convenzioni, vergogna e fonte di ribrezzo per tutti quelli che lo conoscono nella rigida società di allora. Che direbbe oggi, in cui il povero scarafaggio è visto come cibo? Dovrebbe riscrivere tutto il suo capolavoro, sarebbe lo scarafaggio ad avere paura e orrore di queste figure umane dalle mille bocche fameliche, peraltro senza avere veramente fame.

L’arrivo di questa pratica alimentare nel nostro Paese sposta semplicemente più lontano il punto di arrivo del cibo pensato come sintesi leale della nostra civilizzazione.

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